Vantaggi degli orti urbani collettivi

La creazione di un orto urbano collettivo porta benefici per gli individui, i quartieri, le città e le comunità di cui esse fanno parte.
Vantaggi per i singoli

Salute

L’orto urbano comunitario è un mezzo per avere a disposizione alimenti freschi autoprodotti. I vantaggi sono:

  • gli individui e le famiglie, prendendo parte alla coltivazione di un orto, hanno accesso a cibi freschi, nutrienti e variati che contribuiscono alla salute nutrizionale;
  • coltivando l’orto gli individui fanno anche attività fisica e ciò contribuisce alla salute fisica.

Apprendimento

  • imparare a coltivare delle piante è mentalmente stimolante e permette ad un individuo di acquisire conoscenze e competenze;
  • se, per coltivare,  si usa il metodo dell’agricoltura sinergica, un metodo di agricoltura biologica derivato dalla permacoltura, si acquisiscono conoscenze raffinate di coltivazione che permettono di  ottenere alimenti biologici con poco lavoro di manutenzione;
  • gli orti possono essere utilizzati da comunità di autoformazione, scuole e università, come luoghi di apprendimento;
  • gli orti sono il mezzo per apprendere come minimizzare i rifiuti e riciclarli attraverso il compostaggio;
  • gli orti sono il mezzo dove apprendere il rispetto e la cura per il proprio territorio e per i beni comuni: statisticamente in zone dove vi sono orti collettivi diminuiscono il vandalismo e la criminalità.

Vantaggi sociali

Socializzazione tra individui

  • l’orticoltura collettiva è un’attività sociale che implica la decisione, la soluzione di problemi e la negoziazione dei conflitti, oltre all’accrescimento di competenze per i partecipanti;
  • gli orti sono luoghi di incontro con gli altri, sulla base di  comuni obiettivi ed affinità;
  • gli orti come spazi sociali, possono essere usati per costruire un senso di comunità, di cooperazione sociale e di appartenenza su base territoriale.

Ostacolo al degrado ed alla speculazione edilizia

  • gli orti, occupando terreni abbandonati, sono uno strumento collettivo per opporsi fattivamente alla speculazione edilizia selvaggia ed al degrado dei quartieri urbani.

Rigenerazione ambientale

  • gli orti rinverdiscono aree abbandonate e portano biodiversità in spazi pubblici aperti ed altre aree, diventando strumento di rigenerazione urbana;
  • gli orti diversificano l’uso degli spazi aperti e creano un’opportunità ricreativa attiva e passiva;
  • la biodiversità delle specie vegetali che si trovano negli orti favorisce il rigenerarsi della natura in ambito urbano.

Rigenerazione sociale

  • la cooperazione tra governi locali e cittadini può rafforzare la società civile su base territoriale;
  • gli orti urbani collettivi sono una dimostrazione pratica delle politiche pubbliche in ambito ambientale, come il riciclaggio dei rifiuti, l’Agenda21 e lo sviluppo di relazioni sociali locali.

testo liberamente tratto da http://www.communitygarden.org.au

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Una guida pratica per la creazione e l’animazione di un orto collettivo

Al cuore del nostro quartiere
Una guida pratica per la creazione e l’animazione di un orto collettivo

di Martha Stiegman, Action Comuniterre – Montreal (Canada)

Sommario

Introduzione

Preambolo
Premessa
Contesto : come nasce questa guida ?
Perchè una guida scritta al femminile ?
Come utilizzare questa guida ?

1 Che cos’è il giardinaggio collettivo ?

1.1 La storia del giardinaggio collettivo a Montréal

Il giardinaggio comunitario a Montréal
L’emergere del giardinaggio collettivo

1.2 Che cos’è un orto collettivo ?

Come sono strutturati ?

1.3 Gli obiettivi del giardinaggio collettivo

Gli obiettivi globali del giardinaggio collettivo
Il giardinaggio collettivo : uno strumento  per costruire la sicurezza alimentare
Il giardinaggio collettivo : uno strumento per favorire l’empowerment

2 Come creare un orto collettivo ?

2.1 Mobilitare le persone attorno ad un progetto di orto collettivo

Fare per, o fare con ?
Mobilitiamoci! Ma da dove cominciare ?
a) Fare un analisi del quartiere
b) Situare bene l’emergenza dell’idea
c) Chiarificare i propri obiettivi preliminari
d) Unirsi ad un gruppo comunitario
e) Mobilitare i suoi membri
f) Identificare un numero iniziale di partecipanti
g) Condividere l’ispirazione
h) Consolidare il numero iniziale di partecipanti
i) Condividere le responsabilità
j) Allargare la base di appoggio e di partecipazione degli attori comunitari

2.2 Dove cercare un terreno e come negoziare ?

Qualche argomento per aiutarvi nella vostra negoziazione
Dove cercare ?
Terreno di un centro comunitario
Terreno di una chiesa
Terreno di una scuola
Terreno di un giardino comunitario della città di Montréal
Terreno di case HLM
Terreno pubblco
Terreno privato
Qualche consiglio supplementare

2.3 Cercare sovvenzioni

2.4 Cercare un’ animatrice

Definire bene l’incarico
Qual’è il profilo dell’animatrice ?

3 I come e i perchè dell’animazione

3.1 Riguardo all’animatrice

Ben posizionarsi rispetto al periodo di attività come animatrice

3.2 Riguardo alle giardiniere

hi è « Maria » ?
Esercizio : « Maria »
Quali sono i bisogni di « Maria » ?
Come comprendere al meglio le motivazioni delle nostre giardiniere
Cosa bisogna fare per prender parte ad un orto collettivo?

3.3 L’empowerment – Collegare i bisogni delle vostre giardiniere e la vostra animazione

Esercizio : che cos’è per voi l’empowerment  ?
Esercizio : l’empowerment secondo il modello di William Ninacs

3.4 Gli obiettivi dell’animazione ed il vostro ruolo di animatrice di un orto collettivo

Esercizio : stabilire i vostri obiettivi di animazione per il periodo di attività
Gli obiettivi dell’animazione
a) Assicurare lo sviluppo di una dinamica di gruppo positiva e collettiva
b) Incoraggiare all’apertura ed alla diversità soclale
c) Assicurare un meccanismo di funzionamento trasparente ed accessibile
d) Trasmettere competenze in modo democratico
e) Assicurare un follow-up sociale ai partecipanti
f) Favorire lo sviluppo di coscienza politica
g) Facilitare il coinvolgimento delle giardiniere nella vita di quartiere

3.5 Come animare i  diversi momenti del periodo di attività

a) Mobilitare le giardiniere
b) Planificare l’orto in gruppo
c) Comprendere, prevenire e gestire gli abbandoni
d) Gestire la divisione del raccolto
e) Fare una valutazione partecipativa


Allegato A : Risorse per il giardinaggio collettivo e l’agricoltura urbana

Gruppi attivi nel movimento per il giardinaggio a base comunitaria
… in Québec
… fuori dal Québec
Il movimento per la sicurezza alimentare e l’agricoltura duratura

Allegato B : Risorse collegate al giardinaggio collettivo

L’animazione
L’empowerment
La valutazione partecipativa
Risoluzione dei conflitti
La sicurezza alimentare ed il sistema alimentare
La sanità mentale

Allegato C : Risorse relative al giardinaggio biologico, al giardinaggio da balcone ed alla permacoltura

Il giardinaggio biologico
La permacoltura
Sementi biologiche
Il giardinaggio da balcone

Vai alla guida (testo in francese)

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L’agricoltura sinergica

a cura di A. Satta per l’Associazione di Agricoltura Sinergica

L’Agricoltura Sinergica
è un metodo agronomico applicabile esclusivamente in regime di agricoltura
biologica. In estrema sintesi si può dire che l’Agricoltura Sinergica
sia ad oggi l’ultima frontiera dell’agricoltura biologica e si pratica
scegliendo di impiegare in modo permanente e senza compromessi alcune
delle tecniche che in agricoltura biologica sono solo consigliate e
auspicate ma non obbligatorie.

Nel suo complesso non
ci sono incompatibilità fra Agricoltura Sinergica e agricoltura biologica,
dunque un’azienda che pratica l’Agricoltura Sinergica può ottenere
la  certificazione biologica senza controindicazioni.

In pratica il metodo
sinergico si basa su pratiche agronomiche ed accorgimenti che mirano
principalmente alla fertilità del suolo e alla conseguente migliore
salute dell’intero sistema suolo-microrganismi-piante piuttosto che
al mero aumento della produttività, esattamente come l’agricoltura
biologica, ma con misure più incisive.

La principale caratteristica
del metodo sinergico è che lo si pratica allestendo delle strutture
permanenti anche per le colture annuali. I passaggi che vengono normalmente
lasciati nel terreno tra le file di ortaggi per consentirne la cura
e la raccolta, in Agricoltura Sinergica vengono realizzati in modo da
essere definitivi, quindi si stabilisce in modo univoco dove si cammina
(o dove si passa con il mezzo agricolo) e dove si coltiva, applicando
ogni accortezza affinché non ci sia più bisogno di calpestare le zone
coltivate.

Per semplicità si chiamano
“passaggi” i percorsi calpestabili e “bancali” o “aiuole”
le zone coltivate.

Il rispetto delle aree
coltivate, ovvero dei bancali, è fondamentale per poter applicare l’Agricoltura
Sinergica.

Già da molti anni la
scienza agronomica ha constatato le conseguenze negative dell’eccessiva
aratura. Sia in regime biologico che in quello convenzionale si raccomanda
ormai ovunque di evitare il rivoltamento delle zolle nel terreno, ma
anche l’aratura profonda è una pratica limitata ormai a situazioni
estreme e non più sistematica come un tempo. In agricoltura biologica
comunque si raccomanda di limitare il più possibile l’aratura, anche
se superficiale, alle situazioni di effettiva necessità e sempre nelle
migliori condizioni del suolo (che deve essere in tempera).

In Agricoltura Sinergica
si evita completamente l’aratura, anche superficiale, e perfino la
sarchiatura. Si è constatato che si ottengono migliori risultati con
degli accorgimenti applicabili a delle strutture permanenti.

In primo luogo i bancali
coltivati sono rialzati di circa 30-40 cm rispetto al suolo; si usa
un sistema simile agli orti fuori terra presente anche nella tradizione
contadina dell’Italia del nord, con la differenza che allora i bancali
erano formati da sterco bovino o equino e se ne sfruttava soprattutto
il calore emesso (il principio del letto caldo di cultura) per poter
avere ortaggi anche in inverno, invece nel metodo sinergico il bancale
è formato dalla terra smossa dalla superficie dei passaggi e non viene
preparato e disfatto ogni anno, come nella tradizione, perché è permanente.

Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di  questa immagine.Col
sistema sinergico c’è quindi solo un lavoro iniziale di allestimento
dei bancali direttamente sul terreno che, se eccessivamente compresso,
può subire per l’ultima volta un’aratura superficiale (circa 35
cm).

Nel caso di terreni
molto poveri, in questa fase iniziale, si preferisce aggiungere sostanza
organica ai bancali in modo da favorire i processi di umificazione.

Il grosso del lavoro
di aratura artificiale viene sostituito in modo naturale dalle radici
delle piante stesse ed il fatto di lavorare su dei bancali rialzati
favorisce ulteriormente l’aerazione del suolo.

Sui bancali non viene
praticata la monocultura (ampiamente sconsigliata anche in regime di
agricoltura biologica) ma al contrario è essenziale garantire una vasta
bio-diversità e parte delle piante coltivate viene scelta proprio in
funzione delle forti radici che arano il terreno in modo efficiente
come nessun mezzo meccanico potrebbe mai fare. L’accortezza di non
sradicare le piante al momento della raccolta, neanche quelle spontanee
(tranne ovviamente nel caso di infestanti che si riproducono dalle proprie
radici come la gramigna) ma di lasciare invece che le radici si decompongano
naturalmente nel suolo è alla base di questo meccanismo. Il resto del
lavoro viene svolto dalla fauna del sottosuolo come i lombrichi e altri
insetti scavatori, presenti in grande quantità grazie al suolo imperturbato,
che con la loro attività creano tunnel e spazi nei quali le radici
si insediano con facilità.

La forma rialzata del
bancale viene mantenuta nel tempo grazie ad alcuni accorgimenti:

  • il primo è ovviamente che
    non venga mai compresso, quindi non deve essere calpestato in alcun
    modo, neanche con i piedi. La forma dei bancali è fatta in modo da
    poter accedere alle colture da entrambe i lati senza doverci camminare
    dentro, in genere la dimensione giusta è di circa 120 cm di larghezza,
    facendoli lunghi quanto si vuole, con un passaggio intermedio circa
    ogni 4-5 mt. Nel caso di colture estensive, come i cereali, la larghezza
    del bancale è determinata dalla distanza tra le ruote del mezzo meccanico
    con cui si effettuano le lavorazioni;
  • il secondo è di proteggere
    la superficie del suolo dall’erosione degli agenti atmosferici (pioggia,
    sole e vento) mediante culture in successione che non lascino mai il
    terreno nudo in nessun periodo dell’anno ed inoltre con una pacciamatura
    permanente fatta inizialmente solo di paglia, in seguito costituita
    sia da paglia che dai residui colturali che si deve aver cura di lasciare
    sul posto al momento della raccolta. In agricoltura biologica per ottenere
    tale protezione del suolo si consiglia ad esempio l’inerbimento tra
    i filari, ma con il metodo sinergico tale pratica non basta;
  • la pacciamatura permanente
    organica è molto più efficiente non solo perché protegge materialmente
    il suolo dall’erosione, ma anche perché decomponendosi crea sotto
    di se le condizioni per lo sviluppo del humus che rende soffice e non
    compattato il bancale.

Per l’irrigazione
il metodo più appropriato risulta il sistema goccia a goccia da installare
sotto la pacciamatura. Trattandosi di un allestimento permanente risulta
un sistema conveniente sia per la facilità d’uso che per il grandissimo
risparmio d’acqua.

L’assenza di aratura
artificiale, oltre ad essere un vantaggio economico (sommando il risparmio
di tempo, mezzi e risorse moltiplicato per tutte le pratiche evitate
negli anni può diventare una cifra considerevole), porta soprattutto
a dei vantaggio in termini di fertilità del suolo.

Infatti, come in agricoltura
biologica, anche in Agricoltura Sinergica il parametro di misura dell’efficienza
delle pratiche attuate è il bilancio umico.

E’ ampiamente dimostrato
che l’aratura, anche superficiale, comprometta immediatamente la quantità
e la qualità del humus (che si trova proprio nello strato superficiale
del suolo). Questo perché l’aratura è una pratica che disturba il
delicato equilibrio del suolo fertile, ma nei terreni coltivati è diventata
indispensabile per consentire la semina, il percolamento dell’acqua
e la crescita delle radici delle piante che altrimenti troverebbero
il terreno troppo compatto.

Col metodo sinergico
si risolve il problema del compattamento del suolo con l’allestimento
dei bancali, dunque non essendo necessaria l’aratura si evita di perturbare
il suolo che quindi, sotto la pacciamatura organica permanente, mantiene
integre le condizioni per lo sviluppo della sostanza organica.

La caratteristica peculiare
dell’agricoltura biologica certificata (e probabilmente anche la più
nota al pubblico dei consumatori) è il divieto di usare sostanze chimiche
di sintesi a favore dell’uso di prodotti di origine naturale.

Su questo argomento
si potrebbero aprire interi capitoli di considerazioni e statistiche
sulla reale efficacia dei prodotti naturali. Non è questa la sede per
affrontarli ma senz’altro è utile fare una breve valutazione dei
dati che mostrano come le aziende agricole che hanno richiesto sistematicamente
deroghe all’ente certificatore per poter usare sostanze chimiche a
causa di situazioni parassitarie molto gravi oppure quelle che sono
risultate positive ai controlli campione sui residui chimici, siano
quelle che si sono convertite al biologico dopo molti anni di convenzionale:
in generale è probabile che l’errore di fondo sta nel non aver compreso
che l’agricoltura biologica è profondamente diversa dal convenzionale
non solo negli strumenti ma soprattutto nella filosofia, nell’approccio
alla coltivazione. E’ ancora diffusa la convinzione che l’agricoltura
biologica sia nient’altro che l’agricoltura convenzionale attuata
senza l’uso di pesticidi chimici. Questo porta inevitabilmente al
fallimento dell’intento biologico di migliorare e conservare il livello
di humus nel suolo, in quanto le pratiche agricole convenzionali abbassano
questo livello e di conseguenza fanno crescere vegetali meno resistenti
agli attacchi parassitari che quindi non possono essere difesi con sostanze
naturali in vece dei potentissimi veleni chimici.

Così come non ha alcun
senso parlare di “lotta biologica ai parassiti” perché non si tratta
di una “lotta” ma piuttosto di una profonda comprensione dei meccanismi
di difesa e delle relazioni fra specie nell’eco-sistema che porta
semmai a delle pratiche preventive, al costante monitoraggio del loro
funzionamento ma soprattutto l’attenzione sulla salute dell’intero
sistema suolo-microrganismi-piante.

In percentuale le aziende
che sono partite a produrre biologico sin dall’inizio e le aziende
che anche prima della certificazione optavano per delle pratiche rispettose
dell’ambiente, sono quelle che ottengono i migliori risultati.

In definitiva si può
concludere che nessuno può affermare che l’agricoltura biologica
sia semplice da praticare, ma questo non vuol dire che non si possano
ottenere dei buoni raccolti con i metodi biologici.

Per quanto riguarda
i prodotti di origine naturale, sia antiparassitari che fertilizzanti,
in Agricoltura Sinergica si usano il meno possibile perché si preferisce
applicare strategie preventive di coltura piuttosto che usare dei prodotti
che pur essendo naturali sono comunque estranei all’eco-sistema. In
generale, la grande cura profusa nel conservare le condizioni ideali
di formazione del humus nei bancali e le pratiche qui descritte permettono
la crescita di piante sane e decisamente resistenti a parassiti e malattie.

La filosofia è di cercare
di tenere in salute tutto l’insieme in modo che compensi autonomamente
l’eventuale insorgere di patologie.

Come in agricoltura
biologica, è fondamentale la scelta delle varietà da coltivare, con
preferenza per quelle più rustiche e spontaneamente resistenti.

Inoltre, nel metodo
sinergico, si utilizzano molte consociazioni all’interno dello stesso
bancale, in considerazione delle indicazioni fitosociologiche di reciproco
stimolo alla crescita e di reciproca difesa.

E’ importantissima
la prassi di coltivare delle piante ad azione repellente (come il tagete,
la calendula, il nasturzio, molte piante aromatiche, ecc.) in mezzo
agli ortaggi, i quali a loro volta sono scelti in modo che in ogni bancale
siano presenti almeno tre famiglie diverse contemporaneamente.

La scelta delle famiglie
ricade spesso su quelle che portano maggiori vantaggi al suolo, come
le leguminose azoto fissatici che non devono mai mancare all’interno
di un bancale.

Oltre alla specifica
azione repellente, la diversificazione delle colture a così stretto
contatto è una grande difesa contro molti tipi di attacchi parassitari
che in questo modo hanno una diffusione molto limitata.

Il risultato di una
coltivazione con il metodo sinergico è un impianto permanente con una
vastissima bio-diversità dove piante perenni trovano posto vicino a
colture annuali che, a loro volta, hanno una posizione sistematica ma
intervallata da diverse famiglie. Con tale metodo le colture non seguono
una rotazione ma delle successioni perché nello stesso appezzamento
convivono piante con diversi periodi di sviluppo che vengono sostituite
singolarmente con altre specie che iniziano il loro ciclo vitale in
corrispondenza della fine delle precedenti.

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Storia degli Orti Urbani

testo parzialmente tratto dal sito de La Compagnia del Giardinaggio

Per capire il perché di questo rinnovato interesse per la coltivazione dell’orto, bisogna tornare un po’ indietro con gli anni,
all’epoca pre-industriale.
Fino a tale periodo, campagna e città hanno
convissuto bene insieme, anzi, si può dire che nella storia
occidentale ad ogni fase di crescita urbana si sia accompagnata una
proporzionata crescita del patrimonio verde e dei campi a coltura.
Pensiamo alle ville venete del Settecento, che si trasformavano in
cuori di prospere aziende agricole…

Gli orti erano piuttosto comuni in tutte le grandi città,
ad esempio Roma manteneva un aspetto paesano
ancora alla fine del XIX secolo, elemento che la caratterizzava
fortemente specie agli occhi dei visitatori stranieri, e che adesso
rivive nelle famose cartoline “Roma com’era”.
Londra, cuore della Rivoluzione Industriale, seguiva opposto
destino. Engels rimarcava come si potesse camminarvi per ore senza
neanche supporre la vicinanza con la campagna.

Lo stesso Engels, nella sua opera “La questione delle abitazioni”
condannava il cosiddetto “cottage operaio”, cioè le casette
costruite dai proprietari delle fabbriche per le famiglie operaie, le
quali per averne diritto, dovevano pagare un affitto e venivano
stipendiate di meno.

Un altro elemento su cui si basa la “guerra all’orto” pronunciata
dalla moderna urbanistica è la convinzione
– rivelatasi tragicamente sbagliata –
di molti architetti (principalmente Le Corbusier), che le sorti e i destini
della città e delle persone che lavorano dentro di essa, fossero
autonomi e distinti da quelli della campagna.

E fu proprio nelle grandi città che si formò un forte contrasto tra
proletariato e borghesia, che represse l’edilizia spontanea popolare con
la sua cultura estetica e la sua morale dominante; ed è nelle grandi città
che nacquero le prime moderne associazioni operaie, i sindacati, il cartismo,
e movimenti politici come il socialismo.

Negli anni Trenta e Quaranta i regimi totalitari si impegnarono molto
per favorire l’accesso alla proprietà della casa da parte dei ceti
meno abbienti. Nacquero così le “borgate popolarissime”, mentre in
America proprio in quegli anni si assisteva ad un fenomeno di
neo-ruralismo: molti scappavano dalle città sempre più inospitali per
andare a vivere in campagna.

In Italia il minimo storico della coltivazione amatoriale dell’orto è
stato raggiunto negli anni Sessanta e Settanta. La coltivazione di
orti all’interno delle città era una vera anomalia, una stranezza, ed
era sempre guardata con sospetto ed avversione: l’orto in
cittàin poche parole- divenne simbolo di una
condizione sociale ed economica inferiore. La città era considerata (e
purtroppo lo è ancora) luogo per parchi e giardini, non per orti. E la
vedevano in questo modo sia gli urbanisti che la gente comune:
entrambi consideravano l’orto in città un elemento di degrado
paesaggistico.

Come i picchi minimi del numero di orti urbani sono collocabili nei
venti anni di boom economico successivo al Secondo Dopoguerra, la
rinascita dell’interesse per la coltivazione dell’orto coincide con
la crisi economica che ha colpito l’Europa a partire dagli anni
Ottanta.

Ma alla base della coltivazione amatoriale dell’orto in tempi attuali
non è tanto la necessità di fare economia (le statistiche evidenziano
infatti come una buona parte della produzione venga regalata ad amici
e parenti), quanto il desiderio di “sapere cosa si mangia” e la
preoccupazione alimentare per se stessi ed i propri figli.

È proprio di questi ultimi venti anni una rinascita di una vecchia
istituzione, quella degli “orti senza casa”, cioè di orti allocati
all’interno del tessuto urbano, che non appartengano a chi li
coltiva, ma proprietà di associazioni o delle amministrazioni comunali
ed assegnati a coltivatori non professionisti.
Il fenomeno nasce a Lipsia, in Germania, verso la metà del XIX secolo,
con i kleingarten riservati ai bambini, ma trova il suo aspetto più
interessante nei jardins ouvriers francesi.

I jardins ouvriers (giardini operai) sono un fenomeno nato alla fine
dell’Ottocento dall’attività di Monsignor Jules Lemire. Egli fu non
solo uomo di chiesa, ma anche professore e uomo politico di grande
statura. Durante i suoi trentacinque anni di mandato alla Camera dei
Deputati ottenne molte riforme per la protezione per gli operai e i
lavoratori. Nel 1899 chiese l’istituzione del Ministero del Lavoro,
che fu costituito nel 1906. Nel 1896 fondò la Ligue Française du Coin
de Terre e du Foyer (divenuta in seguito Fédération Nationale des Jardins Familiaux), che aveva come scopo quello di
favorire l’accesso degli operai alla proprietà della casa.
L’intento di Monsignor Lemire
non era unicamente materiale, ma anche morale: coltivare l’orto era
non solo una risorsa economica ed alimentare, ma anche un modo sano e
retto di passare il proprio tempo libero in compagnia della propria
famiglia, a contatto con la natura e al riparo della tentazione dell’
alcolismo, allora molto diffuso. La filosofia del jardin ouvrier
è sintetizzata nel famoso motto dello stesso Lemire:
“Il giardino è il mezzo, la famiglia è lo scopo”.

La Ligue trasse origine anche dall’Enciclica di Leone XIII
Rerum Novarum e dalle allora nascenti dottrine
democratico-cristiane, ma ben presto si liberò dell’influenza
religiosa, che ad esempio, pretendeva il riposo domenicale.

Nel 1906 la Ligue fu ammessa alle esposizioni della Société Nationale
d’Horticolture, e nel 1900 partecipò all’Esposizione Universale,
mentre nel 1927 si avviarono dei congressi internazionali a cui
parteciparono moltissime nazioni europee: Germania, Austria, Belgio,
Finlandia, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda,
Polonia, Svezia, Svizzera e Cecoslovacchia.
Questi congressi sfociarono nella creazione dell’Office International des Jardins Ouvriers.

Nei trent’anni del boom economico successivo al Secondo
Dopoguerra i jardins ouvriers
vissero un periodo di declino, segnato da trascuratezza e disordine,
tale che le lamentele riguardo a questa forma di inquinamento
paesaggistico si fecero sempre più numerose ed insistenti, e si asserì
che la presenza degli orti operai all’interno
delle città le facesse assomigliare a delle bidonvilles. Ma già a
partire dagli anni Ottanta si assistette ad una rinascita, prodotta
principalmente dall’interesse e dalla collaborazione
delle autorità, locali e nazionali, che infusero nuovo vigore alla Ligue, tanto che attualmente alcuni tra i più antichi
jardins ouvriers sono inseriti nel circuito dei giardini storici di
Francia.
Alcuni hanno però criticato questi “abbellimenti”
poiché dettati da una morale ed una estetica borghese
sovrapposta a quella rurale.

L’esperienza della Ligue fu ben presto esportata all’estero, in
Belgio, Germania e anche da noi in Italia, dove però non ebbe
molta risonanza.
All’epoca il Fascismo aveva promosso l’iniziativa dell’
“orticello di guerra”, nel quadro della “battaglia del grano” e
della ruralizzazione degli italiani che Mussolini perseguiva. In
particolare l’Opera Nazionale del Dopolavoro Ferroviario fu molto
attiva in questo senso, e promosse concorsi per l’abbellimento delle
stazioni ferroviarie. Il “Dopolavoro” partecipava anche alle
periodiche riunioni dell’Office International.

Negli anni Trenta anche l’America conosceva l’esperienza dei
relief gardens (orti di soccorso) e durante la Seconda Guerra Mondiale quella dei victory gardens.
Dopo la Guerra gli orti urbani subirono un declino, fino ai primi
community gardens che nacquero intorno agli
anni Settanta, nel corso dei quali alcuni gruppi di cittadini,
denominati “green guerrillas”, reagirono all’inerzia delle
pubbliche amministrazioni di fronte al degrado paesaggistico, urbano
e morale di interi quartieri. Si recuperarono quindi zone abbandonate a
se stesse, degradate e fatiscenti, per riportarle a nuova vita (avete
visto “Green Card, matrimonio di convenienza”?).

L’iniziativa si diffuse velocemente in tutte le grandi metropoli
statunitensi (in particolare New York e San Francisco) e canadesi, ma
purtroppo le finalità economiche e politiche finirono per prevalere su
quelle naturalistiche ed ecologiche, e gli orti urbani sono oggi
diventati un importante strumento di politica sociale.

In questa fase di seconda giovinezza degli orti urbani c’è una
maggiore diversificazione del beneficiario dell’orto. Non solo operai
e gente di basso ceto, ma anche impiegati, insegnanti, e
professionisti. Diminuiscono i pensionati e si abbassa l’età
media. Aumentano le colture da fiore e il gusto borghese per il
decoro, si incrementa il numero delle donne.

L’Italia, oltre la parentesi fascista, prontamente chiusa e rimossa,
non ha una storia associativa riguardo agli orti urbani. La creazione
di orti urbani è sempre originata da iniziative individuali,
disorganiche, spesso abusive, mal tollerate se non apertamente
disprezzate od osteggiate dagli abitanti dei quartieri in cui si
trovano.

A tutt’oggi le statistiche rivelano che per la totalità degli
intervistati gli orti non possono convivere con la città, che sono
antiestetici e danno un aspetto decadente, “di paese”. Insomma, che
il posto dell’orto è la campagna, mentre la città è il luogo del
giardino e del parco. I tenutari degli orti sono considerati dei
poveracci, dei parassiti della società, improduttivi, quasi dei
“barboni”.

Il declino dell’orticoltura ornamentale negli anni Sessanta e
Settanta è stato la conseguenza del disprezzo per ogni forma di
economia domestica imposto dalla cultura industriale e urbana, ma
anche dalla nascita di altri modi per impiegare il proprio tempo
libero. Deleteria a tal riguardo è stata la televisione, tanto che la
storia dell’orto in Italia si può dividere in epoca pre e
post-televisione. A ciò va aggiunto il processo di democratizzazione
della vacanza al mare. Infatti in quegli anni alla rispettabilità
sociale e familiare conferita da un orto o un giardino ben tenuto, si
sostituisce quella del “mese al mare” ( avete presente “Il sorpasso”?), ovviamente incompatibile con il mantenimento di un orto,
interrompendo così la secolare tradizione di un giardino come segno di
distinzione sociale delle classi più agiate, e dell’orto come una
prerogativa di quelle meno abbienti.

Il rinnovato interesse per l’orticoltura ha anche un’altra causa:
oltre a comportare uno stretto rapporto con la natura, non c’è
necessariamente bisogno di mettersi in discussione e a reinventare
continuamente se stessi e il proprio gusto. In poche parole tiene
attivi e rilassa.

Inoltre, proprio per la sua capacità di rispondere ad un duplice
ordine di esigenze intime socializzare con gli altri
ma anche isolarsi e dialogare con se stessi, la cura dell’orto è da
sempre un’attività praticata sia dalla gente comune che dagli
intellettuali.

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Incontro di presentazione del progetto Orti Urbani

Il primo incontro di presentazione del progetto Orti Urbani si terra'

Venerdi 22 giugno 2007, alle 21:00

alla Biblioteca autogestita Enzo e Gioconda

Largo Feruccio Mengaroni, Tor Bella Monaca

in occasione della cena di sottoscrizione per la Biblioteca Autogestita di TBM (vedi dopo)

Come arrivare:

* Mezzi pubblici: dalla Stazione Termini, tram Termini Laziali-Pantano: da capolinea a fermata Grotte Celoni

* Mezzi pubblici: da Largo Mengaroni, bus notturno 050: da capolinea a Stazione Termini

* Auto: sono disponibili quattro posti in auto, previo accordo in mailing list

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Il Consumatore contro la Comunità

di Mark Winston Griffith (da Tom Paine Common Sense 31.03.2005)

 

La proprietà della casa, per la destra vero e proprio pilastro e feticcio della propria società ideale, può essere invece un concreto ostacolo alla costruzione della comunità e della partecipazione.

“Una società di proprietari”. Grazie al presidente Bush, quelle due parole rotolano sulla lingua come fossero una sola. Ma ci sono momenti in cui la nozione di proprietà trama contro l’idea di società: specialmente quando si confrontano nella vita quotidiana delle città americane. Quello di cui l’America ha davvero bisogno è una politica che accenda il sentimento comunitario e la cooperazione fra cittadini, anziché semplicemente insegnar loro a investire la vita nell’ American Dream. La Società dei Proprietari vuole essere la risposta del XXI secolo al New Deal o alla Great Society: programmi dove il governo aveva un ruolo definito nel migliorare la vita degli americani. Programmi che avevano dei difetti, certamente, ma che promuovevano il lavoro e la responsabilità collettiva. Spingevano gli americani a porre al centro il benessere della comunità, a considerare il proprio destino personale come inestricabimente legato a quello del prossimo. Quando il Presidente Bush parla della sua Ownership Society, invece, offre un programma che esalta le possibilità del singolo consumatore. La proprietà della casa ne è un esempio perfetto. Pilastro centrale della società dei proprietari, la proprietà della casa è abitualmente dipinta come la più alta forma di cittadinanza alla quale gli americani dovrebbero aspirare. Questa valorizzazione è sostenuta da una notevole quantità di studi sulla proprietà. L’ossessione inizia con la teoria secondo cui la casa della singola famiglia rappresenta un investimento fondativo per la comunità. Ciò significa, prosegue la teoria, che i proprietari sono meno propensi a muoversi, saranno portati alla manutenzione della proprietà, all’attenzione per l’ambiente del quartiere, di quanto non siano i loro pari, ma inquilini in affitto.

Eppure in tutti i miei anni di impegno in organizzazioni per lo sviluppo economico – oltre ad essere io stesso proprietario di casa – ho visto anche come la proprietà possa spingere la gente a concentrarsi su di sé, a spese della comunità che gli sta intorno. Nei miei dodici anni a capo di un’organizzazione di base a Central Brooklyn, la maggior parte dei gruppi di proprietari di casa con cui sono entrato in contatto erano del tipo NIMBY ( Not In My Backyard). Erano più appassionati ed efficienti nell’organizzare giri per le case in pietra caratteristiche della zona, e a bloccare vari progetti cittadini in partenza, anziché ad iniziare qualunque programma di beneficio sociale. Alle assemblee del mio condominio, sono regolarmente trascinato in discussioni in buona fede coi miei colleghi proprietari, inevitabilmente orientate a proteggere il valore della nostra proprietà e i nostri interessi. Quando penso a me stesso in modo ristretto, come proprietario di casa, il mio cortile diventa l’universo. Qualunque cosa, dalla cacca di cane sul mio prato alle case popolari all’angolo, diventa una minaccia. Vengo colto da impulsi di autodifesa, reazionari e gretti che non sapevo di avere. Siamo chiari: aumentare la possibilità che le famiglie a basso reddito possiedano una casa è senza dubbio uno degli elementi più importanti per la costruzione del benessere, utilizzati dai professionisti dello sviluppo economico comunitario in tutto il paese. In un’economia dove tante persone si sentono escluse, la proprietà della casa spesso offre alle famiglie un rifugio, una fetta di dignità e un modo per esercitare controllo sulle proprie vite e il proprio ambiente. Ma è comunque fuorviate fare della proprietà della casa un feticcio, conferendole virtù mistiche di misura del valore dell’individuo per la società, in base a ciò che possiede. Se lo scopo della Ownership Society del presidente Bush è quello di creare soggetti che siano responsabili, membri attivi della società, abbiamo davvero bisogno di una leadership nazionale che sappia distinguere il consumismo dalla cittadinanza.

La proprietà della casa è una scommessa di alto profilo. Proponendo un’idea individualista come quella dei buoni scuola o delle assicurazioni private per la sicurezza sociale, la politica interna americana isola sempre più vite familiari e vicende economiche che un tempo erano esperienze condivise da tutti. Contemporaneamente, la nostra cultura incoraggia i ceti operai e medi a concentrare la propria sicurezza finanziaria nella casa familiare. In queste condizioni, l’impegno civico non direttamente legato agli interessi della proprietà diventa un lusso che pochi si possono permettere. Programmi come la American Dream Downpayment Initiative (ADD), approvata all’unanimità dal Congresso nel 2003 con enorme sostegno bipartisan, offrono sostegni al pagamento degli interessi per famiglie a basso reddito. Ma se la ADD è un’iniziativa valida, sia questa che altri programmi per la proprietà della casa si concentrano esclusivamente nell’ungere gli ingranaggi del mercato immobiliare. Anziché accettare solo i paradigmi del mercato, i progressisti dovrebbero guardare alla Ownership Society per quello che realmente è. Così gli strumenti potrebbero diventare nelle mani dei professionisti di sviluppo locale mezzi per promuovere modelli come i land trusts o le cooperative a proprietà indivisa, forme di proprietà alternative che consentano agli abitanti di condividere e diffondere sia i rischi che i benefici della proprietà. Nello stesso modo, quando si parla di rimuovere gli ostacoli all’accesso alal casa in proprietà, i legislatori dovrebbero tutelare e aggiornare il Community Reinvestment Act e introdurre leggi di giustizia economica contro gli impedimenti discriminatori e strutturali del mercato della proprietà e dell’affitto, come i mutui ad alto costo predatori. Quando parlano di società dei proprietari, i leaders locali, politici, religiosi, dovrebbero parlare della responsabilità dei proprietari di casa verso i propri vicini, di come si possano usare il capitale e la posizione sociale per ricostruire la comunità che ci sta attorno. Forse, allora, la proprietà di casa potrà essere usata per ispirare qualcosa di più elevato del “Prenditi ciò che è tuo”.

traduzione di Fabrizio Bottini per Eddyburg

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Community Land Trusts: un approccio autogestionario alla casa

di Tom Wetzel 

I Community Land Trusts (CLT) sono stati formati in un certo numero di comunità locali negli USA, in risposta al disinvestimento (1) o alla "gentrificazione" (2). Il CLT acquista la terra per porla permanente fuori del mercato e renderla disponibile per un uso comunitario. E' una organizzazione democratica, il cui obiettivo è di ridare potere ad una comunità locale di determinare come deve essere usata la terra nella propria zona. Il CLT può ristrutturare costruzioni esistenti per renderle abitabili, costruirne di nuove o attuare altre attività di sviluppo. In generale, gli obiettivi tipici dell'approccio di un CLT sono:

  • Controllo dei residenti sulle case
  • Controllo della comunità sull'uso della terra e sullo sviluppo
  • Sottrazione della terra e della casa al mercato speculativo
  • Messa in atto di un meccanismo per cui la casa rimane permanentemente accessibile, in termini di costi di acquisto, alle persone a basso/medio reddito, cioè alla classe lavoratrice

I residenti sono proprietari degli immobili mentre il CLT mantiene la proprietà della terra: questo è il modo con cui viene messa in opera la de-mercificazione della terra. Gli appartamenti di un CLT non possono essere venduti a prezzi di mercato, perchè c'è una clausola nel contratto di "ground lease" (3) tra CLT ed acquirente dell'appartamento, che abilita il CLT a riacquistare l'appartamento ad un prezzo prestabilito, qualora il residente lo voglia vendere. Il CLT in questo modo preserva l'interesse della comunità locale ad avere permanentemente case a prezzo accessibile.

Nei decenni recenti la maggior parte dello sviluppo di edilizia non-profit in Usa, è stata messa in atto dalle Community Development Corporations (CDC), per mezzo dell'acquisto di case da affittare. Le CDC variano considerevolmente tra loro nel modo di agire, ma nella maggior parte manca la partecipazione democratica degli affittuari delle comunità in cui operano. Spesso i loro comitati di gestione si auto-perpetuano, presidiando i posti di comando con una gerarchia sul modello delle imprese. Generalmente la relazione tra affittuari di appartamenti di questo tipo e dirigenza delle CDC è identica a quella di affittuari di appartamenti privati e for-profit. Inoltre, a volte non c'è neanche la permanente accessibilità degli appartamenti che dovrebbe essere un fine statutario delle CDC.

Il Community Land Trust differisce da un tipico CDC nel porre la possibilità di un approccio autogestionario alla casa. L'auto-gestione è infatti incapsulata nel seguente principio informatore:

Ogni persona deve potersi pronunciare in merito a decisioni che lo riguardano ed il grado di pronunciamento deve essere proporzionale al livello di impatto che quelle decisioni hanno sulla sua vita.

Chi vive in un appartamento è maggiormente influenzato di chiunque altro dalle decisioni che lo riguardano; quindi deve avere il controllo su ciò che influenza lo spazio in cui vive. Nel modello del CLT ciò è implementato per mezzo del controllo dei residenti sulle case. Ma l'uso della terra ed il prezzo delle case influenza la vita di ogni appartenente ad una comunità; quindi ognuno deve essere posto in grado di pronunciarsi su ciò.

Il "ground lease", l'affitto della terra sottostante gli edifici (3), dà alla comunità il diritto di parola su ciò che riguarda gli edifici che insistono sulla terra di un CLT. Le decisioni su cui si pronuncia un CLT sono quelle che hanno un impatto sulla comunità circostante. La comunità può controllare il tipo di uso o le modifiche importanti effettuate sugli edifici, e può specificare i livelli minimi di manutenzione. Se la cooperativa edilizia o l'associazione dei proprietari di case non garantisce le sue obbligazioni finanziarie, può subentrare il CLT.

Il modello del community land trust funziona all'interno della struttura legale della proprietà immobiliare, ma allo stesso tempo la modifica, implementando l'autogestione dei residenti di case e l'autogestione dello sviluppo edilizio da parte delle comunità locali, nel contesto dell'esistente società capitalista.

Il modello "fee simple", cioè la piena proprietà (4) della terra e e della casa, è stata storicamente favorita in Usa dalle leggi e dalle pratiche comuni. Terra e casa sono merci, vendute ed acquistate al più alto prezzo di mercato che un acquirente volontario può pagare ad un venditore volontario. Il ciclo dell'investimento capitalista nel settore immobiliare è basato su questo status di merce della terra e delle case.

Il modello "fee simple" della proprietà immobiliare è un insieme di diritti, che dà molti vantaggi a chi possiede una casa. Si può controllare lo spazio dove si abita, personalizzarlo e rimodellarne gli interni come si desidera. Si è liberi dai capricci e dalle intrusioni di un proprietario che affitta casa. Avendo un mutuo a tasso fisso, si è liberi dai periodici incrementi dell'affitto. Se si abita in una casa indipendente, si è anche liberi di aggiungere parti all'edificio e di rimodellare gli esterni; è inoltre disponibile spesso un giardino per giocare e fare giardinaggio.

D'altra parte però, lo status di merce di una casa significa che la stessa può essere usata come investimento, un modo per lucrare sull'apprezzamento del valore di mercato.

In un CLT, le due componenti della proprietà immobiliare, terra e immobile, vengono separate. I residenti non possiedono la terra sotto gli edifici di loro proprietà. La terra è permanentemente posta fuori dal mercato. Il diritto di fare profitto attraverso un'investimento speculativo è rimosso ponendo una restrizione permanente sul prezzo di rivendita dell'immobile. Invece le altre componenti della proprietà sono mantenute, come il diritto di occupazione dell'immobile ed il diritto di controllare cosa fare del proprio spazio.

"Sei da solo, Jack" è il tradizionale approccio alla casa in Usa. E' l'assunzione che ognuno è solo nella ricerca di un alloggio abitabile all'altezza dei propri mezzi. Ma non tutti hanno il reddito, le competenze e l'esperienza per fare questo con eguale successo.

Se i tuoi genitori sono proprietari della casa in cui sei cresciuto o se la gestione finanziaria è parte del tuo lavoro, hai nelle mani pezzi di conoscenza che sono utili per il successo nella gestione di una proprietà. Date la concentrazione dell' "expertise" al top della piramide economica e le pesanti ineguaglianze della società americana, non tutti hanno la stessa opportunità di acquisire questo tipo di conoscenza.

Se le persone a basso reddito sono abbandonate a sè stesse in una cooperativa edilizia singola, esse possono essere preda di gestori non scrupolosi o di aziende immobiliari. Ma il problema è generale e non è limitato solo alla gente a basso reddito. Un condominio a volte può realizzare di non avere abbastanza fondi per riparare un tetto dopo aver fatto un acquisto avventato di materiali costosi per il proprio palazzo.

Uno dei ruoli di un community land trust è di risolvere problemi come questi, aiutando le associazioni dei residenti ad organizzare la gestione e a condividere le conoscenze. L'assunzione "sei-da-solo" dell'abitare basato sul mercato è così rimpiazzato da un approccio più collaborativo, in cui la conoscenza ed i rischi sono condivisi, le risorse sono messe in comune, e la sicurezza collettiva fa aumentare la sicurezza individuale. L'approccio del CLT in questo modo incorpora la pratica del "mutuo aiuto."

L'idea della "proprietà limitata" si fonda sul fatto che la restrizione sul prezzo di rivendita della casa assicura la disponibilità futura, in termini di accessibilità di prezzo, alla classe lavoratrice. La debolezza del modello delle cooperative edilizie a proprietà condivisa individuali consiste nel fatto che i membri della cooperativa hanno un interesse personale a rompere le restrizioni sul prezzo di rivendita, quando vogliono vendere. Queste cooperative esistono nel contesto del mercato immobiliare governato dal mercato, che permette il profitto speculativo.

I proprietari immobiliari e le istituzioni finanziarie non hanno interesse nel mettere in atto restrizioni al prezzo di rivendita. I membri di cooperative edilizie a proprietà condivisa spesso hanno rotto le restrizioni sui limiti del prezzo di rivendita, convertendo i loro edifici in una cooperativa con prezzi di mercato.

Un esempio: Negli anni 60 la International Longshoremen's Union e la Warehousemen's Union crearono una cooperativa a proprietà condivisa di 300 unità in St. Francis Square, a San Francisco, Usa. Un certo numero degli originali proprietari recentemente hanno cominciato a vendere, per andare a vivere altrove da pensionati o per donare una dote ai nipoti. Negli anni recenti i prezzi immobiliari a San Francisco hanno subito una inflazione che ha reso vendere una prospettiva succosa. Per questo motivo i membri della cooperativa hanno recentemente votato per rompere i limiti al prezzo di rivendita.

Il modello del CLT è costruito per essere una soluzione a problemi come questo. I Community land trusts hanno di solito due tipologie di membri. Un gruppo è formato dai residenti che hanno la proprietà di case individuali, in condominio oppure che hanno quote in cooperative che sono sul terreno del CLT. Essi hanno un contratto di affitto della terra del CLT ("ground lease") e sono chiamati "locatari." Attraverso la comunicazione e l'organizzazione comunitaria, il CLT facilita l'adesione alla comunità anche di altri membri – i "non-locatari" – che supportano gli obiettivi del CLT allo stesso modo delle persone che sono alla ricerca di una casa a basso costo.

I locatari ed i non-locatari eleggono uno stesso numero di rappresentanti nel consiglio di gestione ("board of directors") del CLT. Molti CLTs hanno diviso le votazioni dei due gruppi alle assemblee dei membri, richiedendo però un accordo tra entrambi i gruppi sulle questioni più importanti. L'idea è di bilanciare gli interessi dei residenti che possiedono case con l'interesse più ampio della comunità. Una struttura del genere rende maggiormente difficile la rimozione delle restrizioni al prezzo di rivendita, rispetto ad una cooperativa edilizia singola. In questo modo il CLT diventa il soggetto che rende possibile l'obiettivo comunitario della de-mercificazione della casa.

Il modello del CLT è quindi un approccio alla casa, fuori dal mercato, non-statalista ed autogestionario.

E il potenziale autogestionario del modello del CLT può svilupparsi in molti modi.

Anzichè essere basato sulla tipica gerarchia dellla organizzazione non-profit (ONG), in cui gli impiegati sono gestiti da un Direttore Esecutivo che risponde ad un Comitato di Gestione (Board of Directors), l'organizzazione di un CLT è basata su periodiche assemblee generali dei membri, in cui si discutono e si approvano le decisioni chiave ed in cui il Comitato di Gestione, eletto dai membri, negozia i compiti lavorativi ed il compenso con il collettivo autogestito degli impiegati.

L'autogestione può inoltre essere estesa alla costruzione ed alla progettazione delle case. Nel testo "The Production of Houses", Christopher Alexander descrive un progetto degli anni 70 a Baja California, in cui un gruppo di famiglie messicane furono partecipanti attivi nella progettazione delle case che furono costruite per loro. Per facilitare questo processo, Alexander sviluppò un set di elementi progettuali modulari, che rappresentavano le varie possibili opzioni progettuali, ed una tecnica per integrare le varie selezioni progettuali nel processo di costruzione delle case.

Per ridurre i costi a cui far fronte individualmente per ogni appartamento, i membri delle famiglie, a vari gradi, sono coinvolti nel lavoro di costruzione delle case.

Nel caso descritto da Alexander, come risultato del processo di auto-progettazione si è avuto che ognuna delle case era unica, riflettendo le particolari prorità della famiglia che andava ad abitarla.

Inoltre, attraverso un CLT, una comunità può decidere quali servizi creare e quale forma di sviluppo economico deve essere messa in atto, per assicurare non solo una casa ai residenti ma anche spazi produttivi e di lavoro.

Per favorire l'autogestione, gli spazi possono essere assegnati a cooperative autogestite di lavoratori. Per esempio, un network cittadino di CLT può decidere di dare spazi ad un network di spacci alimentari autogestiti dai lavoratori. Allo stesso modo il principio dell'autogestione può essere applicato ai servizi sociali sviluppati per la comunità, e così di seguito, all'interno di una visione più grande di una Società che si autogestisce.

© 2002 Tom Wetzel – Traduzione italiana di magius (magius.noblogs.org)


L'Autore: 

Tom Wetzel è membro del collettivo Workers Solidarity Alliance, Presidente del Community Land Trust di San Francisco (Usa) e co-autore del libro "Globalize Liberation – How to Uproot the System and Build a Better World" – City Lights Books (2004) – Questo testo è tratto dal suo sito: http://www.uncanny.net/~wetzel/housselfman.htm

 

Note del Traduttore:

(1) disinvestimento: non è chiaro a cosa si riferisca il termine in questo contesto. Potrebbe intendersi il disinvestimento in edilizia popolare da parte di Enti Pubblici oppure il disivestimento in termini di manutenzione da parte dei proprietari che lasciano le case sfitte

(2) gentrificazione: secondo la definizione di Wikipedia, il termine gentrificazione si riferisce al fenomeno fisico, sociale, economico e culturale per cui un quartiere cittadino abitato dalla classe lavoratrice (working – class) e/o della zona centrale della città, restaurando le costruzioni e l'ambiente del quartiere, viene convertito in zona per la più ricca classe media (middle – class), con la conseguenza dell'aumento del valore delle proprietà immobiliari e dell'espulsione dal quartiere delle persone più povere. La gentrificazione è un termine complesso e difficile da definire: è un processo estremamente visibile, con inerenti connotazioni di classe, che svolge un ruolo chiave nella definizione della forma fisica e sociale delle città contemporanee. La gentrificazione è connessa al mutamento urbano; nel momento in cui le costruzioni di un quartiere subiscono il rinnovamento e l'abbellimento, gli affitti aumentano con conseguente spostamento dei vecchi residenti a basso/medio reddito che vengono sostituiti da nuovi a medio/alto reddito (vedi yuppies).

(3) "ground lease": è un termine giuridico Usa traducibile come l'affitto della terra separato dall'affitto/proprietà dell'immobile. Ad esso si contrappone il "fee simple" di cui alla nota 4

(4) "fee simple": è un termine giuridico Usa traducibile come la più completa proprietà che una persona può avere su un bene. In questo contesto il concetto di "fee simple" è usato per indicare la piena proprietà sia della casa che della terra sottostante.

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Video: Community Supported Agriculture

An introduction to Community Supported Agriculture (CSA) with a focus on sustainability and fresh, local food

 

http://www.youtube.com/watch?v=5J1iMOvWwJo

 

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Micromercato

Micromercato è un sistema di distribuzione merci con trasporto diretto da produttore a consumatore. L'iniziativa è rivolta a coloro che scelgono di consumare rispettando l'ambiente e non precarizzando il lavoro, favorendo con le loro scelte di spesa una politica opposta a quelle delle multinazionali e della grande distribuzione.
 
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